Il ministro Fioramonti, il crocifisso e Natalia Ginzburg

•15 ottobre 2019 • Lascia un commento

IL SERVIZIO DI GIOVAN BATTISTA BRUNORI A TG2POST

Hanno suscitato un vespaio di polemiche le dichiarazioni del ministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti sull’idea di rimuovere il crocifisso dalle aule scolastiche.
Polemiche tuttavia in seguito placate dallo stesso ministro, che ha fatto marcia indietro dopo l’immediata e trasversale disapprovazione di un’ipotesi che non è all’ordine del giorno del programma di governo. i problemi della scuola non sono questi, è stato ribadito da più parti.
E tuttavia la polemica sulla scuola laica, e in particolare sulla presenza o meno di questo simbolo nei luoghi pubblici come un fiume carsico periodicamente riaffiora in italia – spesso all’inizio degli anni scolastici, per poi tornare ad inabissarsi. Piu’ volte è stata avanzata la richiesta di eliminare il crocifisso dalle pareti dai luoghi pubblici perché lederebbe i principi della libertà di coscienza e di religione, in un paese diventato da tempo multietnico e multireligioso. L’uomo che ha diviso in due la storia, prima e dopo Cristo, dopo duemila anni fa ancora discutere.

Legato alla storia del nostro paese, alle sue tradizioni, il crocifisso – hanno riconosciuto due pronunciamenti del Consiglio di Stato, una sentenza della Corte Costituzionale e la stessa Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo – non lede alcun diritto: è un simbolo passivo, la sua esposizione non è di per se un atto di indottrinamento anche perché l’ora di religione cattolica non è un insegnamento obbligatorio.
Quel simbolo non confligge con i valori di uno stato laico, che tutela tutti, laici o credenti nelle varie religioni che siano, come scriveva 31 anni fa su “l’Unità” Natalia Ginzburg, ebrea ed atea:

“a me dispiace che il crocefisso scompaia. Se fossi un insegnante, vorrei che nella mia classe non venisse toccato. Ogni imposizione delle autorità è orrenda… Non può essere obbligatorio appenderlo. Però secondo me non può nemmeno essere obbligatorio toglierlo.”

“il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. E’ l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini.”

“Gesù Cristo ha portato la croce… Tutti, cattolici e laici portiamo o porteremo il peso, di una sventura, versando sangue e lacrime e cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso.”

Gesu’ “Ha detto “ama il prossimo come te stesso”. Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. Sono il contrario di tutte le guerre. Il contrario degli aerei che gettano le bombe sulla gente indifesa. Il contrario degli stupri e dell’indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate nelle strade.”

“Il crocifisso fa parte della storia del mondo”

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La realtà del mondo e della Chiesa

•27 settembre 2019 • Lascia un commento

RELAZIONE 11^ CAPITOLO GENERALE FIGLIE DI SAN PAOLO:

La realtà del mondo e della Chiesa interpella l’apostola paolina.

Di Giovan Battista Brunori

 

Introduzione

«L’attività missionaria “rappresenta, ancor oggi, la massima sfida per la Chiesa” e “la causa missionaria deve essere la prima” » afferma papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium.[1] E aggiunge: “non possiamo più rimanere tranquilli, in attesa passiva, dentro le nostre chiese”: è  necessario passare “da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria”. Questo compito continua ad essere la fonte delle maggiori gioie per la Chiesa: “Vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7).”

Il papa vuole una Chiesa in uscita, una Chiesa missionaria, con le porte aperte, che sappia annunciare a tutti la gioia del Vangelo. Una Chiesa che sia un “ospedale da campo” per curare le ferite della donna e dell’uomo di oggi, le ferite nel corpo, nello spirito, nella mente; Francesco spinge la Chiesa ad uscire dalle proprie sicurezze per andare a dialogare con l’essere umano, con le sue fragilità, nelle periferie esistenziali del mondo.

Nell’ottica di un “volontario” di un ospedale da campo cercherò ora di fare una panoramica su cosa sta accadendo nel mondo, soffermandomi sui cambiamenti in atto e sulle crisi che richiedono una particolare attenzione da parte nostra, perché solo vedendo con chiarezza qual è la posta in gioco possiamo poi attivarci per cambiare il male in bene.

 

I tre poli di un mondo che cambia

Leggendo i giornali, guardando i telegiornali, possiamo avere l’impressione che il mondo stia finendo: come sappiamo, nel circuito mediatico le notizie cattive tendono ad imporsi, arrivano prima e oscurano quelle buone. Forse però è più corretto dire che “un mondo” sta finendo e che se ne sta per profilare un altro, un mondo di cui ancora non conosciamo i lineamenti.

Bisogna tenere presente alcuni fattori: molti paesi stanno ancora lottando contro gli effetti della peggiore crisi economica dalla Grande Depressione del 1929, cominciata nel 2008 e durata anche dieci anni; una crisi che si è abbattuta su un periodo ancora dominato dallo choc dell’ondata di attentati islamisti che insanguinano il mondo con tragica ripetitività oramai da oltre vent’anni, soprattutto dopo l’11 settembre. Su questa situazione così precaria è sopraggiunta la nuova ondata migratoria che a partire dal 2013 ha avuto un impatto destabilizzante.

Il mondo sta cambiando rapidamente, è divenuto più instabile e multipolare: si contendono la supremazia globale gli Stati Uniti, la Cina e la Russia. Un mondo nel quale l’Occidente sembra perdere progressivamente forza. Intanto cresce il peso economico e politico della più grande democrazia del pianeta: l’India, un miliardo e 300 milioni di persone, con la sua tradizionale politica estera di non allineamento riesce a parlare con tutti.

Un ruolo significativo nei cambiamenti degli ultimi anni lo ha assunto la presidenza americana di Donald Trump che ha modificato il modo di porsi degli Stati Uniti nello scacchiere internazionale. Trump si muove con il passo dell’imprenditore che batte i pugni sul tavolo, vuole imporre la sua posizione nelle trattative con i concorrenti, vuole vendere i prodotti americani (anche le armi) nel mondo, vuole rafforzare la sua economia, salvare i posti di lavoro minacciati dalla delocalizzazione delle aziende in paesi esteri: “America First” “prima l’America” è appunto il motto con il quale ha vinto le elezioni. Vuole difendere i confini, bloccare l’arrivo di immigrati illegali.

Anche nella lotta ai cambiamenti climatici Trump ha rapidamente invertito la tendenza: preferisce continuare a far alimentare le fabbriche a carbone, anche se inquinano: il carbone serve a garantire la produzione industriale americana e quindi a salvare i posti di lavoro di quegli operai che lo hanno votato e che continuano a sostenerlo. Per questo si è ritirato dagli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici: ridurre le emissioni di anidride carbonica vuol dire anche frenare la crescita dell’industria. Nell’immediato i numeri sembrano dare ragione al capo della Casa Bianca: il livello di disoccupazione è particolarmente basso, l’economia è in crescita; ma nel lungo termine gli Stati Uniti difficilmente riusciranno a mantenere la forza che hanno avuto finora nel panorama internazionale. 

Gli Stati Uniti, che storicamente sono stati faro dei valori di libertà e democrazia, per anni unica superpotenza dopo il crollo del muro di Berlino, ora è un grande paese che riscopre le sue fragilità, che considera troppo costoso il suo ruolo di “poliziotto del mondo” e quindi tende a ritirarsi da alcuni grandi scenari per concentrarsi soprattutto su quello che rientra nei suoi interessi interni.

Washington ha annunciato il ritiro delle truppe dall’Afghanistan e dalla Siria. Ma il vuoto lasciato dagli Stati Uniti viene riempito dalla Russia di Vladimir Putin, molto abile e ambizioso in politica estera, che sta ripristinando un po’ alla volta la potenza dell’ex Unione Sovietica.

Oltre agli Stati Uniti e alla Russia oggi c’è un altro competitor mondiale, la Cina, guidata dal presidente Xi Jinping, definito da alcuni “il nuovo Mao”. Protagonista di una portentosa crescita economica, secondo diversi analisti la Cina potrebbe diventare la prima superpotenza mondiale nel 2050, in diretta concorrenza con gli Stati Uniti e l’Europa.  Negli ultimi anni con la nuova “via della seta” la Cina sta ponendo le basi di nuovi equilibri e di un nuovo ordine mondiale. La Cina – depositaria di una grande civiltà – vuole costruire vie di comunicazione commerciale ma anche culturale tra Oriente ed Occidente: un grandioso progetto di investimenti, mai realizzatosi fino ad oggi, che interessa 70 nazioni, quasi la metà della popolazione del pianeta.  Non a caso tra gli storici si discute se il predominio occidentale durato cinque secoli non stia tramontando. E tuttavia è un paese che sta conquistando il benessere senza avere raggiunto la democrazia: negli ultimi anni il regime comunista è diventato capitalista, ma non democratico. Questo aspetto rappresenta una grande novità per il mondo ed anche un grande punto interrogativo.

Il presidente Trump – tra i primi a cogliere la portata della strategia cinese – dunque sta modificando il sistema delle relazioni internazionali: ha ingaggiato una guerra commerciale con la Cina, ha riallacciato le relazioni con un alleato tradizionale come l’Arabia Saudita, ha rotto gli accordi sul nucleare con l’Iran accusato di voler estendere la sua influenza foraggiando il terrorismo.

 

L’Africa, tradizionalmente continente colonizzato e sfruttato, oggi è attraversata da cambiamenti straordinari e positivi: il boom tecnologico sta cambiando il suo volto, l’economia sta crescendo, importanti aziende multinazionali investono milioni di dollari nel settore delle tecnologie. Nel continente ricco di materie prime – dove pure la povertà, le guerre, la fame, la siccità colpiscono ancora fasce vastissime della popolazione e la metà degli abitanti vive ancora con meno di due dollari al giorno – cresce rapidamente l’uso delle tecnologie, si diffonde l’istruzione, vengono realizzate grandi dighe, ferrovie, centrali elettriche.

Il mondo arabo, investito a partire dal 2011 dalle cosiddette “primavere arabe” è ancora in buona parte scosso da violenti sommovimenti, da una instabilità politica che in alcuni casi ha provocato vere e proprie guerre (come in Siria) e in altri casi ha portato al potere movimenti islamisti poi a loro volta estromessi dal potere da nuovi regimi, come è avvenuto in Egitto. Mantengono una loro fragile stabilità paesi democratici come la Tunisia o il Marocco, ma il cammino del mondo arabo verso la democrazia e la stabilità – complessivamente parlando – è ancora lungo.

Sta cambiando anche l’America Latina: sono oramai diversi i paesi che hanno scelto programmi conservatori con liberalizzazioni, tagli alla spesa pubblica, coinvolgimento dei militari nella gestione dell’ordine pubblico. Di particolare rilievo la svolta della presidenza Bolsonaro in Brasile, che ha posto termine all’era del presidente socialista Lula, determinando un cambio negli equilibri di tutto il subcontinente sudamericano. Il Venezuela del presidente Maduro – che gode dell’appoggio di Russia e Cina ma è più isolato rispetto al passato – ora è spaccato, sull’orlo di una guerra civile.

 

I dolori della vecchia Europa

L’Europa – una comunità di 500 milioni di abitanti – oggi è più fragile ed incerta. L”Unione europea ancora non riesce a parlare con una voce sola. E tuttavia l’Europa, ricca e tecnologicamente avanzata, porta con sé molti valori fondamentali che sono alla base del suo ordinamento: i diritti civili e politici, i diritti delle donne, i diritti dell’infanzia, il diritto all’istruzione, il no alla pena di morte, la libertà di stampa. Con le elezioni di maggio per la prima volta si sono confrontati due modelli di Europa: da una parte le forze che hanno lavorato per costruire l’Unione europea e che hanno governato finora a Bruxelles, che vedono nella globalizzazione, nella libertà di movimento di persone e merci  un’opportunità di crescita per tutti; e dall’altra i movimenti e partiti sovranisti secondo i quali invece la globalizzazione ha arricchito soprattutto le élite ed ha invece impoverito una parte consistente della popolazione, in particolare i ceti medi. I movimenti sovranisti sono cresciuti in molti paesi, ma non hanno conquistato la maggioranza nel parlamento europeo.

In Europa, come negli Usa, molte persone oggi temono il rischio di un declino: suscitano ansia le trasformazioni nel mondo del lavoro, l’automazione che toglie posti di lavoro agli esseri umani, la disoccupazione, l’invecchiamento della popolazione, l’instabilità politica anche nelle democrazie più solide. Un clima di incertezza che alimenta paura, rabbia e in alcuni casi anche violenza, razzismo, antisemitismo.

Una fragilità alimentata da tanti fattori: crisi dei valori, crisi delle ideologie, crisi dei partiti tradizionali. Una crisi d’identità che porta con sé il dilemma su quali siano le nostre radici, cosa preservare di queste radici e cosa rilanciare per costruire il nostro futuro. Avere un’identità chiara (anche se positiva, dialogante, aperta al diverso da sé) vuol dire invece avere le risorse, le energie, le idee per costruire il futuro. Avere una identità chiara vuol dire anche, in definitiva, riuscire a muoversi da protagonisti anche in un mondo complicato come il nostro. E’ fonte di debolezza invece il rifiuto di un certo mondo laicista di confrontarsi pacatamente sulle radici cristiane, culturali e religiose che storicamente hanno influenzato l’Europa.

 

Il terrorismo, l’impatto delle migrazioni, la necessità dell’integrazione

Un fenomeno che da oltre vent’anni sta condizionando tutto il mondo, non solo l’Europa o l’Occidente, è il terrorismo islamista. Una ideologia politica violenta che vede nella democrazia occidentale la fonte di ogni vizio e corruzione, e nei regimi del mondo islamico – che considerano corrotti – nemici da combattere. I terroristi mietono vittime tra i musulmani, tra i civili nei paesi occidentali e perseguitano le piccole comunità cristiane di minoranza.

Le persone di fede islamica in maggioranza sono pacifiche e rifiutano la violenza, però la propaganda che fa perno sull’interpretazione letterale di alcuni brani dei testi sacri islamici – diffusa su internet – fa breccia su fanatici, psicolabili o anche criminali comuni, che assumendo le vesti dei “vendicatori” acquistano una perversa forma di “dignità” e – diventando kamikaze – danno un senso alle loro frustrazioni, alla loro voglia di una fine “gloriosa”.  La continua diffusione di notizie su terroristi che dicono di ispirarsi all’Islam e che spacciano il “dovere di uccidere” innocenti per “dovere di credere” però crea l’impressione che gli islamici siano tutti terroristi. Si diffonde un clima di paura, di sospetto e di odio verso gli islamici, e in generale verso gli stranieri.

La presenza di immigrati nelle città e nelle campagne suscita in alcuni casi un atteggiamento di accoglienza, in altri casi suscita la riscoperta dei simboli cristiani e un risveglio identitario in opposizione alle identità degli immigrati, in altri casi – soprattutto nelle periferie degradate dove manca tutto e le persone sono abbandonate dalle istituzioni – provoca reazioni di paura, di rabbia. Sono in aumento le minacce e le aggressioni contro le minoranze: oltre agli episodi di islamofobia sono in aumento quelli di antisemitismo, come avviene in Francia o in Svezia, dove persone di religione ebraica, anche bambini, vengono insultate e aggredite in strada, si arriva anche a persone brutalmente uccise nelle loro case.  Per questo molti ebrei tendono ad emigrare in Israele.  Si tratta in molti casi di aggressioni di matrice islamica.

Se gli immigrati non vengono integrati nella società con progetti ad hoc, l’accoglienza può risultare addirittura controproducente: i migranti rischiano di finire preda del degrado, della criminalità, innescando nell’immaginario collettivo il pregiudizio “immigrato uguale delinquente”.

Ad abbattersi su questo clima di incertezza e di paura è giunto il fenomeno delle nuove migrazioni,  uno tsunami di fronte al quale anche l’Europa ha sostanzialmente chiuso le porte.  L’accoglienza dei migranti è estremamente impopolare e i leader politici sanno che chi apre le porte ai migranti verrà penalizzato nelle elezioni. Proprio questo clima di paura dei nuovi arrivati, paura del diverso, paura di perdere il proprio lavoro, le proprie sicurezze, il proprio benessere – alimentato dallo sconcerto per i fatti di cronaca che vedono purtroppo protagonisti anche gli immigrati – condiziona oggi le scelte di molti elettori, partiti politici, governi.

Oltre ai fenomeni che si registrano in superficie, bisogna vedere anche ciò che va cambiando in profondità. In Occidente dopo due secoli di crescita economica costante ora per la prima volta i figli spesso stanno peggio dei loro genitori. La vita nelle famiglie si è fatta più difficile: oggi c’è una crisi di speranza, una crisi di futuro che riguarda soprattutto le giovani generazioni, in un periodo storico nel quale per giunta i valori etici e religiosi si vanno affievolendo.  Si è diffuso un clima di sfiducia e di rancore che rischia di far sfaldare il collante che tiene insieme le società creando instabilità politica.

Il ruolo dell’Occidente

L’Occidente appare sazio di benessere ma allo stesso tempo anche impaurito perché si sente minacciato. Un’Europa stanca, che invecchia, che tende a non fare figli e quindi sembra volersi congedare dalla storia. Un Occidente che in definitiva sembra odiare se stesso: come affermava l’allora cardinale Ratzinger l’Occidente tenta sì in maniera lodevole “di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua propria storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro.” “L’Europa per sopravvivere ha bisogno di una nuova – certamente critica e umile – accettazione di se stessa, se essa vuole davvero sopravvivere. La multiculturalità, che viene continuamente e con passione incoraggiata e favorita, è talvolta soprattutto abbandono e rinnegamento di ciò che è proprio, fuga dalle cose proprie. Ma la multiculturalità non può sussistere senza costanti in comune, senza punti di orientamento a partire dai valori propri. Essa sicuramente non può sussistere senza rispetto di ciò che è sacro”.[2]

Identità europea che Benedetto XVI vedeva originata dall’incontro fra tre sorgenti principali: Gerusalemme, Atene e Roma, l’incontro tra la fede nel Dio d’Israele, la filosofia greca e il pensiero giuridico romano.[3]

 

La situazione odierna della Chiesa

E ora veniamo alla situazione odierna della Chiesa.

Papa Francesco ha rivoluzionato l’immagine del romano pontefice, imprimendo uno stile molto carismatico al ruolo di vescovo di Roma e pastore della Chiesa universale. Sulle orme degli antichi profeti d’Israele che denunciavano senza mezzi termini i potenti dell’epoca e le ipocrisie della classe sacerdotale, papa Francesco ha impresso una accelerazione ai ritmi tradizionali della Chiesa, per farle riprendere in mano il Vangelo “sine glossa”,  si è allontanato dalla tradizionale immagine di una Chiesa “super partes” segnando piuttosto una svolta decisa e radicale verso i poveri, i diseredati, verso i migranti,  i rom,  sviluppando le aspirazioni del Concilio Vaticano II.

Il papa che concepisce la Chiesa come un “ospedale da campo” intende portare il Vangelo in ogni casa, scegliendo quasi di fare missione “porta a porta”, anche telefonando di persona a gente comune. Ha indetto un Giubileo straordinario della misericordia e lo ha fatto cominciare dal Centrafrica.

Con la prima enciclica sull’ecologia ha aperto una strada nuova per la Chiesa: anche se non mancano nella tradizione cristiana riferimenti al rapporto armonico con la natura e anche se i predecessori avevano puntato il dito contro la distruzione delle risorse naturali, nessun pontefice si era spinto fino a tanto nella tutela della “Casa comune”.

Il primo papa latinoamericano della storia esprime un punto di vista originale, non europeo, rispetto ai predecessori: non ha vissuto la Shoah, né il confronto est-ovest. Il papa argentino che guarda gli Stati Uniti con lo sguardo di molti latinoamericani, ha portato la Chiesa a sviluppare relazioni molto fruttuose con la Russia, con Cuba, con la Cina.

Il primo papa gesuita della storia guarda con particolare attenzione all’evangelizzazione dell’Asia: di grande rilevanza il nuovo accordo tra la Santa Sede e Pechino sulle nomine episcopali, che pur criticato da alcuni settori della Chiesa, costituisce un passo in avanti decisivo per il futuro dei cattolici in Cina e in vista della normalizzazione delle relazioni tra la Sede di Pietro e la Cina,  ed è un accordo strategico che cade proprio mentre la Cina si sta imponendo sempre di più come una nuova superpotenza.

Convinto sostenitore del dialogo ecumenico ed interreligioso, ha fatto del dialogo con l’Islam una priorità del pontificato.  L’obiettivo del papa è fare delle religioni un potente fattore di dialogo e di pace, perché contribuiscano attivamente a smilitarizzare il cuore dell’uomo.

Papa Francesco ha rilanciato con una forza senza precedenti la lotta agli abusi sui minori: nella sua visione la pedofilia oltre che un crimine e un peccato orribile – che Francesco ha paragonato ai sacrifici umani –  è un abuso di potere frutto di una mentalità clericale dura a morire.

Il papa ha raccolto e rilanciato per la prima volta il tema degli abusi contro le religiose, ed ha posto con forza il tema del ruolo delle suore nella Chiesa che non può essere solo una funzione ancillare: ha posto il tema della “sottomissione” delle religiose che fanno le domestiche di preti, vescovi o cardinali. “Servitù no, servizio sì” ha detto Francesco all’Unione internazionale delle superiore generali.

Se il papa non teme il dibattito interno alla Chiesa, anzi lo favorisce, preoccupa tuttavia il clima che da alcuni anni si vive nel mondo cattolico, un clima denso di polemiche. Qualcuno ha parlato di “pontificato drammatico” in cui si vedono cardinali che accusano il papa e atei che lo difendono. Nella Chiesa non sono certo nuove le contrapposizioni ma non si erano mai visti attacchi al romano pontefice così frequenti, pubblici e organizzati.  Certamente papa Francesco è impegnato – più che a definire con precisione formulazioni dottrinali – a far sposare alla Chiesa e al mondo l’attenzione evangelica agli ultimi; ma credo che a suscitare resistenze sia in particolare la missione che il pontefice assegna alla Chiesa di “far entrare la logica del Vangelo nel pensiero e nei gesti dei governanti” come ha affermato in un’intervista. Gli accusatori lo criticano soprattutto per la difesa dei migranti così evidente in questo pontificato e la denuncia forte e ripetuta contro le “politiche” volute da molti paesi e dai loro leader per contrastare il fenomeno dell’immigrazione illegale, come i muri e i “porti chiusi” all’accoglienza.

 

Un pontificato che “va all’attacco” e che è “sotto attacco”

In questo periodo storico dominato dal fenomeno delle migrazioni e dalla crescita dei sovranismi, l’attuale pontificato viene attaccato più per ragioni politiche che dottrinali. Un pontificato che “va all’attacco” e che è sotto attacco.

E’ lo stile “movimentista” di una Chiesa che il papa vuole inquieta e vicina agli ultimi, che innova profondamente lo stile che tradizionalmente ha caratterizzato la sua storia, che scuote molte certezze e costringe tutti a schierarsi.

Fatta salva la difesa degli ultimi, che è nel dna della Chiesa, credo che oggi sia però necessario guardare avanti, evitando di finire in polemiche “politiche” su temi che che vedono – e probabilmente vedranno anche in futuro – la Chiesa restare in minoranza. E’ bene mantenere la tradizionale distinzione tra religione e politica: il Vangelo è la bussola che deve orientare il cammino della Chiesa ma non dà soluzioni “politiche”  utilizzabili “qui ed ora” che sono invece di pertinenza dei laici impegnati in politica.  Bisogna lavorare senza stancarsi nell’ottica della gradualità: la radicalizzazione dello scontro, anche se in nome della fedeltà ai valori evangelici potrebbe creare più problemi di quanti ne vorrebbero risolvere.

Oltretutto, sul fenomeno delle migrazioni, visto il fallimento di vari modelli di integrazione, credo si debba anche prestare ascolto al sostanziale rifiuto del globalismo e di una visione multiculturale della società espresso dalle popolazioni occidentali: non per accettarlo così com’è ma per capire quali siano le ragioni profonde di questo disagio e per cercare di porvi rimedio.

Occorre voltare pagina, cambiare schema, senza perdere la forza della profezia, ritrovare all’interno dello stesso mondo cattolico, nella Chiesa, tra le comunità religiose, le ragioni dello stare insieme, ricucire il tessuto che ci accomuna.

Nonostante secoli di evangelizzazione, oggi in ambienti oramai scristianizzati è indispensabile tornare a preparare il terreno sul quale seminare l’annuncio evangelico “esplicito”. Se l’uomo e la donna contemporanea si vanno allontanando dal cristianesimo – pensando di poter fare da sé, avendo raggiunto il benessere, straordinarie competenze tecniche e scientifiche, livelli di potenza, libertà, dominio della natura, mai raggiunti prima – bisogna accompagnarli nel loro cammino e discutere con loro, come fece Gesù con i discepoli di Emmaus, mentre si stavano allontanando da Gerusalemme. La donna e l’uomo di oggi dietro la corazza delle proprie ricchezze e del proprio orgoglio nascondono una profonda insicurezza interiore, una fragilità, talvolta disperazione, un forte bisogno di amore, un desiderio di trovare un senso alla propria vita. Con questi cuori fragili e pieni di ansie noi siamo chiamati ad entrare in comunicazione.  “Cor ad cor loquitur” era il motto del cardinale Newman: Gesù comunica “cuore a cuore” con ciascuna donna e ciascun uomo.

 

Nuova evangelizzazione e preevangelizzazione

In vista della nuova evangelizzazione non basta un approccio “teologico” secondo il quale bisogna parlare in modo nuovo di Dio e introdurlo nella conversazione: se il terreno non viene prima dissodato le parole scivoleranno via senza produrre frutti. Senza un aiuto concreto alla vita delle persone, senza un dialogo vero e profondo, senza amicizia, sarà tutto inutile.

Il cristianesimo ha portato nella storia dell’uomo un fiume di gesti di amore, proprio ciò di cui hanno drammaticamente bisogno la donna e l’uomo di oggi: l’amore, quello che non tradisce, quello che dà speranza, la carità che sana le ferite del corpo e dell’anima, che sana le relazioni tra gli esseri umani. Solo l’amore fa nascere la domanda di Dio o la resuscita se era sepolta in qualche angolo sperduto dell’animo umano. E’ necessario tornare a fare preevangelizzazione.

E’ un cammino lungo e non privo di ostacoli, ma non credo che ne esista un altro per risalire la china: bisogna fare cultura di base, nelle biblioteche, nelle librerie, nelle scuole, nelle associazioni, nelle parrocchie.  I cristiani possono e debbono tornare ad avere un ruolo leader nel territorio a partire dalla loro esperienza di fede.

Bisogna lavorare per realizzare una vera “ecologia umana”: ricostruire l’essere umano, aiutarlo a riscoprire quali sono i veri comportamenti umani, i veri valori sui quali costruire un’esistenza, aiutando la persona a distinguere il bene dal male. Una missione che si prenda cura dell’anima oltre che del corpo delle persone. Che sani le piaghe di umanità ferite, di identità fragili, di persone che non sanno amare perché non hanno ricevuto amore, di persone che non conoscono Dio o che di Dio hanno ricevuto un’immagine deformata.

Talvolta sembra di assistere ad una regressione dell’essere umano, quasi una sorta di “mutazione genetica” preoccupante, nei giovani ma anche negli adulti.

Per esempio in Italia nelle scuole si diffonde quella che viene definita “emergenza educativa”: il livello di apprendimento dei giovani è calato sensibilmente, spesso i programmi scolastici si adattano ai livelli sempre più bassi di competenze raggiunte dai ragazzi, per non parlare dei comportamenti dei tanti giovani che mostrano segni di fragilità comportamentale, di aggressività.  Eppure si può e si deve fare moltissimo per la scuola, per l’educazione dei giovani, occorre investire nella “formazione”: formazione degli insegnanti, formazione degli studenti, formazione dei genitori, che spesso non sanno come educare i loro figli.  Si possono raggiungere risultati straordinari.

Si incontrano ragazzi schiacciati da responsabilità più grandi di loro, responsabilità che i genitori non vogliono prendersi. Si incontrano tanti ragazzi bravi, attivissimi intellettualmente e pieni di fiducia nel futuro, aiutati da insegnanti che credono nella scuola, ma si incontrano anche bambini vittime di un profondo pessimismo.

E’ accaduto in una terza elementare (quindi bambini di 8 anni) in un quartiere popolare alla periferia di Roma: mia moglie Giovanna, responsabile del Servizio Scuola e Università dell’Istituzione Biblioteche di Roma, doveva tenere un incontro sui libri che avevano come tema “la libertà”: alla domanda, banale, “vi piace la libertà?” la risposta unanime dei bambini è stata: “no, la libertà non ci piace!”. Di fronte allo sgomento di Giovanna un bambino ha detto: “la libertà non mi piace perché se sto vicino ad uno che si prende troppa libertà io ci rimetto”. Un altro: “La libertà non mi piace perché se sono libero di fare quello che voglio è faticoso. Preferisco avere qualcuno che mi dica cosa devo fare perché mi sento più tranquillo.” Un altro ancora: “La libertà non esiste”. E tutti gli altri bambini concordavano con la tesi che contro il male non ci sia nulla da fare e che  la libertà non serva a migliorare le cose.

Tuttavia Giovanna ha smontato con pazienza tutte le loro tesi facendo esempi concreti di situazioni negative che poi si sono risolte positivamente, facendo passare il messaggio che anche nelle situazioni più difficili non bisogna mai perdere la speranza. Dopo un’ora e mezza di colloquio quei bambini alla fine hanno detto: “è meglio avere la libertà!”: sono usciti dalla classe gridando ritmicamente: “viva la libertà, viva la libertà…”.

Conclusioni

La risposta vincente alle convulsioni del  mondo moderno è quella di diventare apostole e apostoli capaci di creare ciò che è possibile creare, creare amore: parlando, scrivendo – sulle riviste, sui libri, nelle chat, sul web – parole che parlino di amore e che aiutino la gente ad amare. Non basta “ripetere”, bisogna “inventare”, nella letteratura, nella poesia, nella scienza. Probabilmente uno dei più gravi problemi della Chiesa moderna non è tanto quello di aver avuto leader cattivi o mediocri, ma di aver perduto l’iniziativa nel campo del pensiero, un pensiero originale che aiuti gli esseri umani a vivere. I cattolici spesso sono usciti dalla produzione delle idee. Invece questo, con l’aiuto di Dio, è alla nostra portata ed è esattamente ciò che serve.

In questo, voi Figlie di San Paolo, siete una luce con la vostra intelligenza, la vostra creatività, la vostra spiritualità, e lasciatemelo dire, con la gioia che vedo brillare nei volti delle sorelle con cui ho collaborato: lo si vede non solo da quello che fate, ma da “come” lo fate. Lo si vede dalla selezione delle opere che offrite ai lettori ma anche dalla cura e dalla dedizione con la quale le diffondete, dalla premura con cui portate avanti il vostro servizio, lo si vede dall’entusiasmo con il quale vi gettate nelle nuove sfide editoriali, come le nuove frontiere dei social.

La parola “cristianesimo” – che oggi per molti è ancora associata a tristezza, punizione, oppressione – deve tornare ad essere una parola “felice”, che parla di amore, una certa qualità di amore – l’agape. Un amore che vuole dire anche portare il male degli altri, come ha fatto Gesù sulla croce.  La forza del cristianesimo è stata proprio la capacità di inventare nuove forme di fraternità. Il nuovo stile di vita avviato dal movimento generato da Gesù è quello che serve al mondo di oggi, un amore che dissolve la depressione, un amore più forte della morte.  Un amore che ha la potenza di cambiare – in concreto – la vita. Quando il cristianesimo tornerà ad essere una parola “felice”, una “buona notizia”, allora e solo allora avrà un grande futuro nella società moderna.

[1]     Esortazione Apostolica EG, 15

[2]     Joseph Ratzinger,  Lectio magistralis su “Europa. I suoi fondamenti spirituali ieri, oggi e domani”, Biblioteca del Senato italiano, 13 maggio 2004

[3]     Benedetto XVI, discorso al Parlamento tedesco, 22 settembre 2011

“Piantiamola! Inquinamento globale e rifiuti locali” Sabato 21 Settembre 2019 a Palazzo Chigi a Formello

•11 settembre 2019 • Lascia un commento

locandina piantiamola

CONFERENZA CITTADINA: PIANTIAMOLA! Inquinamento globale e rifiuti locali”. Sabato 21 settembre 2019 ore 10. Sala Grande di Palazzo Chigi, Piazza S.Lorenzo, Formello (Rm)
Cosa sta avvenendo nel nostro pianeta? I danni provocati dall’emergenza inquinamento,
la plastica nei mari, il danneggiamento degli ecosistemi, ma anche le ferite inferte al
territorio da chi abbandona i rifiuti in strada o nelle campagne.
A Formello esperti a confronto sull’inquinamento, sui guasti che provoca a livello globale ma facendo riferimento anche a ciò che i cittadini possono fare in concreto per cambiare un poco alla volta il loro territorio.
L’associazione “Il Melograno Solidarietà Ambiente Cultura” – con il Patrocinio del Comune di Formello e dell’Ente Parco di Veio – dà il via ad una serie di incontri sull’ambiente promossi dal gruppo Giovani dell’associazione.
Ad aprire il ciclo una Conferenza Cittadina con tre qualificati esperti: Eva Alessi, Responsabile Risorse Naturali e Consumi Sostenibili WWF Italia, Giuseppe Scapigliati, docente di Zoologia all’Università della Tuscia; Modera Christiana Ruggeri scrittrice, giornalista del Tg2 Rai.
Parteciperanno il Sindaco di Formello Gian Filippo Santi e il Presidente del Parco di Veio Giorgio Polesi. Al termine premiazione del miglior video sul tema  ambientale realizzato dai ragazzi partecipanti al Campo estivo 2019 organizzato da YMCA Roma.
In Sala verranno proiettati dei filmati a cura dei Giovani del Melograno. L’evento si aprirà con un Caffè di Benvenuto offerto dall’associazione a tutti i partecipanti. Info 331 2894161 Sara    http://www.ilmelogranoitalia.it

papa Francesco: “populismi e sovranismi mi spaventano”

•10 agosto 2019 • Lascia un commento

guarda il servizio di Giovan Battista Brunori sul Tg2

Parla di Europa il primo papa latinoamericano, “questa unità storica, culturale, fondata su valori umani e cristiani – sottolinea il pontefice, non si puo’ sciogliere, va salvata con il dialogo.”
L’intervista, rilasciata a La Stampa tre giorni fa, viene pubblicata quando in italia è altissima la temperatura dello scontro politico ed è destinata a suscitare polemiche, come quando critica populismi e sovranismi: il sovranismo mi spaventa, afferma Francesco: “è un atteggiamento di isolamento, di chiusura, un’esagerazione che porta alle guerre.”

Si dice preoccupato Bergoglio che arriva ad accostare i discorsi di chi dice “prima noi” a quelli di Hitler del 1934. “La sovranità va difesa, l’identità è una ricchezza ma – aggiunge il pontefice – occorre aprirsi al dialogo”; la globalizzazione – nella visione del papa – vuol dire – come in un poliedro con tante facce – che “ogni popolo conserva la propria identità nell’unità con gli altri”. Quindi francesco riafferma il valore dell’accoglienza dei migranti, che scappano dalla guerra o dalla fame : vanno accolti, accompagnati, integrati, ma aggiunge: bisogna investire in Africa.
Il papa che ha convocato un sinodo sull’Amazzonia, è preoccupato per lo stato di salute del pianeta: teme la devastazione della natura, l’avvelenamento delle acque, e invita tutti a diffondere la cultura di non sporcare il creato, la nostra casa comune.

IL MELOGRANO APRE UNA BIBLIOTECA DI QUARTIERE A LE RUGHE — Il blog del Melograno

•16 luglio 2019 • Lascia un commento

Una Biblioteca di quartiere a Le Rughe!!! in arrivo il BIBLIOMELOGRANO: dal prossimo anno sociale 2019-2020 i volontari de Il Melograno apriranno una Biblioteca nella sede dell’Associazione presso il Centro Civico Le Rughe: una Biblioteca accessibile a tutti, con prestito gratuito, che potenzia l’offerta bibliografica del Comune di Formello e collegata con la Biblioteca Comunale di Formello. Sarà […]

via IL MELOGRANO APRE UNA BIBLIOTECA DI QUARTIERE A LE RUGHE!!! — Il blog del Melograno

Il Decalogo del buon giornalismo

•18 Mag 2019 • Lascia un commento

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GUARDA IL SERVIZIO DEL TG2 ORE 13

“L’umiltà può essere la chiave di volta della vostra attività. Ognuno di noi sa quanto sia difficile e quanta umiltà richieda la ricerca della verità̀. E quanto sia più facile non farsi troppe domande, accontentarsi delle prime risposte, semplificare, rimanere alla superficie, all’apparenza; accontentarsi di soluzioni scontate, che non conoscono la fatica di un’indagine capace di rappresentare la complessità della vita reale. L’umiltà del non sapere tutto prima è ciò che muove la ricerca. La presunzione di sapere già tutto è ciò che la blocca.”

Parlando nella Sala Clementina in Vaticano ai all’Associazione stampa estera papa Francesco espone il suo decalogo del buon giornalismo, ricorda le parole del patrono dei giornalisti, san Francesco di Sales, quando avvertiva che la parola va usata come il chiururgo usa il bisturi: richiamo particolarmente utile – avverte il pontefice- nel tempo delle fake news e dell’odio che circola cosi’ spesso sul web.

L’umiltà non è mediocrità – sottolinea il pontefice – ma è non fermarsi alle apparenze, è affrontare la fatica di indagare, senza farsi dominare dalla fretta, è non smerciare il cibo avariato della disinformazione. Papa Francesco richiama i giornalisti alle loro responsabilità: la comunicazione deve essere strumento per costruire e non per distruggere per camminare in pace e non per seminare odio, per dare voce a chi non ha voce, come i bambini indifesi, i migranti, “il Mediterraneo si sta convertendo in un cimitero”, e non per fare da megafono a chi urla più forte. Li esorta dunque a raccontare anche gli eroi del quotidiano, illuminando chi non si arrende all’indifferenza e all’ingiustizia

Ebrei e cristiani: il nuovo libro di Ratzinger, una svolta nel dialogo ebraico cattolico

•18 Mag 2019 • Lascia un commento

Il papa emerito Joseph Ratzinger Benedetto XVI torna a far discutere dal suo ritiro nel Monastero Mater Ecclesiae in Vaticano: il nuovo libro “Ebrei e Cristiani” – a cura del bravissimo Elio Guerriero e presentato alla Pontificia Università Lateranense – mostra ancora una volta che per il papa teologo, il dialogo ebraico cristiano è sempre stato una priorità e ribadisce con grande chiarezza alcuni punti fermi: 1) Condanna dell’antisemitismo cristiano 2) Condanna della “teoria della sostituzione” secondo la quale Israele dopo aver rifiutato Gesù aveva smesso di essere portatore delle promesse di Dio. Israele era e resta il popolo eletto 3) Israele è la “radice santa” sulla quale è cresciuta la Chiesa: l’alleanza con il popolo ebraico non è mai stata revocata e gli ebrei restano carissimi a Dio 4) Gli ebrei restano custodi della Sacra Scrittura (l’Antico Testamento, sacro anche per i cristiani) che Ratzinger chiama “Libro di speranza” 5) La Chiesa non vuole una “missione” verso gli ebrei ma dialogo: l’unità tra le due religioni verrà raggiunta solo alla fine dei tempi 6) La stessa nascita dello Stato d’Israele è un misterioso segno della fedeltà di Dio al popolo ebraico 7) la diaspora del popolo ebraico non è stata una “punizione” ma una “missione” nel mondo. E altro ancora…

Non c’è da stupirsi poi se Joseph Ratzinger Benedetto XVI, stimatissimo papa dell’identità cattolica, sia considerato anche in alcuni ambienti ebraici uno dei migliori pontefici della storia della Chiesa…

 

Il servizio del Tg2 sul libro “Ebrei e cristiani” San Paolo, si trova al minuto 8′ 14″